Tales..

Racconti di viaggio

 

 

Bolivia

Il fuoco della terra

 

Viaggiando soli, i dialoghi più interessanti, accadono fra l'iride e il cuore.
Lascio scorrere la Paz dal finestrino graffiato dell’autobus locale che mi porta verso sud ovest della Bolivia. La strada finisce ai piedi di Uyuni. Trovo un’ altro mezzo per percorrere la ruta de Las Joyas, la strada dei gioielli che conduce in Cile.
Attraverso il deserto di sale. Le nuvole sono come zucchero a velo, galleggiano sulla fragile superficie dell’acqua. Le piramidi di sale, sembrano disordinate pedine di un’invisibile scacchiera. Rimango senza fiato. Solo il suono del vento, null’altro.
I pochi abitanti di questo territorio narrano timidamente leggende di montagne e vulcani che si innamorano e rincorrono, dando forma a territori solitari.
Laddove il cielo trova il suo splendore in un azzurro perfetto, tutto è sconfinato. Gli orizzonti sfumano sulla pelliccia regale del deserto Siloli che sembra condurre verso la fine della mondo.
Ritrovo i due francesi conosciuti mesi prima sulle sponde dell’isola di Taquile, sul lago Titicaca. Zaino in spalla, dal Canada alla Patagonia, raccolgono suoni lungo il cammino, per donarli ai non vedenti. La sera si avvicina e ci fermiamo in un accampamento fatto di lamiere, senz’acqua. Trascorro la notte su una branda di ferro, sotto una pesante coperta di lana. La temperatura è scesa di colpo venti gradi sotto zero. Nel piccolo corridoio del rifugio ci attendono una zuppa e un tè caldo. Quattro ore dopo, partiamo per le vette più alte delle Ande, dove le stelle sono gemme lucenti fino all’alba. E’ come varcare zone illecite. Un crepitio risuona dall’intimo focolaio della terra. Narici di audaci draghi sbuffano incontenibili masse gassose. Un tremore scuote i miei piedi e un brivido mi risale dalla schiena. Sono giunta al confine.

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Lalibela, Etiopia

Meskel

 

Le voci ed i canti mi svegliano all’alba, quasi di soprassalto: mi vesto velocemente, bevo il mio abituale caffè etiope, prendo la macchina fotografica ed esco per le vie che si snodano verso il centro di Lalibela. Lungo la strada vedo bambini, che al colmo della felicità, accendono piccoli fuochi di fortuna e donne, avvolte nelle loro tuniche bianche che scendono dalle vallate circostanti, come fiumi di latte sulla terra fertile. Tutti si dirigono verso il cuore di questa città sacra; spazi, solitamente vuoti, si riempiono, fino a saturazione, di uomini, donne e bambini che si ritrovano una volta l’anno a celebrare il presunto ritrovamento della croce del Cristo dalle ceneri. Ci sono file interminabili di contadini ed asini coperti da manti colorati in attesa di fornire ai turisti un passaggio sulle ripide salite della cittadella.

Il silenzio al quale mi ero abituata, resta un ricordo e vengo letteralmente sommersa da suoni e canti continui che si confondono tra di loro. Come uccelli migratori che giungono finalmente alla meta, gli abitanti ed i pellegrini si radunano nella piazza centrale. Ognuno porta legna e fiori gialli per accendere il fuoco sacro del grande falò che brucerà per tutto il giorno del Meskel.

Arrivano anche preti e sacerdoti dal passo elegante come il velluto, che indossano tuniche verdi, rosse, gialle e viola con ornamenti dorati, stringendotra le manigrandi croci ortodosse. Le preghiere si innalzano verso il cielo, accompagnate dal suono assordante e ritmato dei tamburi. Intorno al fuoco, gli uomini esultano, cantano e si lasciano andare in danze propiziatorie. Le donne e gli anziani, seduti all’ombra, osservano i sacerdoti che benedicono gli abitanti, mentre i bambini si segnano sulla fronte il simbolo delle croce con la cenere.

 

Il fuoco si consuma lentamente per tutta la notte ed il rito della Croce, che si ripete ogni anno secondo una tradizione che risale a tempi remoti, si compie anche questa volta.

 

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Kathmandu, Nepal

Bodhinath

 

Il cuore del popolo tibetano di Kathmandu si trova attorno allo stupa di Bodihnath.
Tredici scalini portano alla cupola bianca, dove gli onnipresenti occhi del Buddha guardano il mondo circostante per dirigere l’ uomo verso il suo centro. Al mattino, mentre l’alba si approssima sui dormienti, gli uccelli iniziano a cantare. E’ in quel preciso istante, che i primi raggi del sole tingono la terra d’oro e si risveglia la liturgia. L’ eco delle trombe dei monaci si dissolve nell’aria, risuonando sui tetti bianchi e piani che circondano i monasteri del quartiere. Le stradine irregolari si colmano lentamente di timidi passi che percorrono circolarmente il perimetro dello stupa. Le bandiere colorate si lasciano trapassare dal vento e la voce della preghiera prende il volo sulle ali degli uccelli, padroni del cielo. Contemplo la gente che cammina, mala stretti tra le mani. Si fermano e innalzano gli occhi per poi chiuderli di nuovo. Le ruote delle preghiere si abbandonano ai delicati gesti dei fedeli e liberano i mantra come vortici nell’ aria. A terra, alcuni monaci in preghiera raccolgono rupie, in cambio, forse, di redenzione. Le donne avvolte da sari rossi verdi e gialli, rivolgono le loro offerte inginocchiate a terra, velate dal fumo dell’incenso. Paiono come campi di papaveri dispersi nel tufo bianco. Tutto acquisisce ritualità. L’anima è rapita da territori segreti, atemporali, senza corpo né materia. Costruisco, frammento dopo frammento, un’immagine fino a ora solo sognata dall’occidente, di un popolo immerso nella poesia del suo culto. Mentre cala il sole, le donne e i bambini portano banchetti di candele di burro di yak dalle loro case. E si dispongono in cerchio attorno allo stupa. I loro volti sono illuminati da luci tenui, che si consumano lentamente nella notte, fino a svanire.

 


 

 

 


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